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Antonio Iavarone, campano di Montesarchio in provincia di Benevento e Anna Lasorella, pugliese di Noicattaro sono i due scienziati che hanno partecipato alla ricerca e che già in passato avevano già portato alla luce importanti studi in materia. La squadra è composta tra gli altri, dal bioinformatico Michele Ceccarelli dell’Istituto Biogem di Ariano Irpino e i ricercatori Stefano Pagnotta, Luciano Garofano e Luigi Cerulo, attivi fra l’università statunitense e quella del Sannio, con sede a Benevento.

L’equìpe italiana che opera principalmente presso l’Institute for Cancer Genetics della Columbia University Medical School di New York ha notato che la molecola di fusione agiva come una sorta di “droga” capace di scatenare il tumore e di alimentarlo rendendolo del tutto dipendente.

Oltre che nel glioblastoma, se ne sospettò la presenza anche in altre forme di tumore. Infatti a distanza di cinque anni si è finalmente accertato come questa fusione genica sia una delle più frequenti nelle varie forme di tumore. Oltre che nel glioblastoma, l’anomalia è stata riscontrata anche in una serie di ulteriori tumori umani come il carcinoma del polmone, dell’esofago, della vescica, della mammella, della cervice uterina, della testa e del collo, tumori che colpiscono ogni anno migliaia di persone.

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