Fico bianco del Cilento

Fico bianco del Cilento

Il “Fico bianco del Cilento” è uno dei prodotti simbolo di questo territorio. L’introduzione del fico pare infatti essere precedente al VI secolo a. C. ed è dovuta ai coloni greci che in quest’area avevano fondato diverse città.

fico bianco del cilento

Una tradizione millenaria quindi, sopravvissuta grazie alla tenacia e alla capacità dei produttori cilentani e che si è evoluta nel corso dei secoli: il frutto infatti da “pane dei poveri”, come un tempo veniva definito, è diventato un alimento pregiato da consumare in occasioni speciali come il Natale.

Il fico bianco deriva da uno specifico ecotipo della cultivar Dottato ed è un prodotto con caratteristiche uniche che gli hanno fatto ottenere l’attribuzione della certificazione DOP. Deve il nome al colore giallo chiaro uniforme della buccia dei frutti essiccati, che diventa marroncino per i frutti che abbiano subito un processo di cottura in forno. La polpa è di consistenza tipicamente pastosa, dal gusto molto dolce, di colore giallo ambrato, con acheni prevalentemente vuoti e ricettacolo interno quasi interamente pieno.

Una preparazione tradizionale ancora in uso è quella che vede i fichi “steccati”, infilati cioè in due stecche di legno parallele per formare le “spatole” o “mustaccioli”. In commercio ne esistono ormai tante golose varianti, farcite con mandorle, noci, nocciole, semi di finocchietto, bucce di agrumi, ricoperte di cioccolato, o immerse nel rum. Sempre più ricercati sono anche i fichi essiccati e poi dorati al forno, soprattutto quelli farciti.
Pregiati, ma sempre più rari per gli alti costi di preparazione, sono i fichi mondi, senza buccia, dal colore chiarissimo tendente al bianco.

La zona di produzione del “Fico Bianco del Cilento” DOP comprende ben 68 comuni, posti a sud di Salerno, dalle colline litoranee di Agropoli fino al Bussento e in gran parte inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Un’area che, grazie all’azione mitigatrice del mare e la barriera posta dalla catena degli Appennini alle fredde correnti invernali provenienti da nord-est, è ideale per la coltivazione e conferisce al prodotto le straordinarie caratteristiche che lo rendono famoso.

Nasce a Napoli il primo Museo digitale dedicato alla Dieta Mediterranea

Nasce a Napoli il primo Museo digitale dedicato alla Dieta Mediterranea

Logo Museo virtuale dieta mediterranea

Viaggiare nello spazio e nel tempo per immergersi in un flusso di storie narrate da protagonisti noti e meno noti del mondo agroalimentare, alla scoperta dell’arte di mangiar bene per vivere a lungo in buona salute. Sarà una delle suggestioni a cui andranno incontro i visitatori del primo museo digitale al mondo interamente dedicato all’arte della Dieta Mediterranea. Una “creazione” scientifica del MedEatResearch dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, il primo Centro di Ricerca universitario italiano specificamente dedicato alla Dieta Mediterranea, fondato e diretto dagli antropologi Elisabetta Moro e Marino Niola. Il museo digitale è stato progettato insieme all’Università di Roma “Unitelma Sapienza” e con il finanziamento della Regione Campania.
“Con un colpetto di mouse, digitando www.mediterraneandietvm.com – spiega Elisabetta Moro, condirettore del Mediterranean Diet Virtual Museum – si potrà vedere un grande esperto di olio, di pasta, di vino o di pomodoro che ci dice tutto quello che avremmo sempre voluto sapere su cultivar, formati, annate, aree di eccellenza. Le virtù della dieta mediterranea saranno raccontate da scienziati di fama mondiale come Jeremiah Stamler, Antonia Trichopoulou, Henry Blackburn, Mario Mancini, Daan Kromhout, Alessandro Menotti e Anna Ferro-Luzzi, tutti allievi e collaboratori di Ancel e Margaret Keys, gli scopritori di questo regime alimentare che porta alla longevità”. Il Museo racconterà l’universo della Dieta Mediterranea anche attraverso conversazioni scientifiche e antropologiche con chef stellati come Alfonso Iaccarino o uomini di spettacolo come Ugo Gregoretti e Peppe Barra.

Elisabetta Moro condirettore

“Possa campare cent’anni” sarà uno dei primi viaggi antropologici offerti dal Mediterranean Diet Virtual Museum. Un progetto di ricerca del MedEatResearch ideato per testimoniare con una nutrita schiera di centenari della Campania, dalle colline dell’alta Irpinia con Villanova del Battista al litorale del Cilento con Pioppi, la proverbiale longevità della Dieta Mediterranea. Nelle videointerviste i “nonni campani” raccontano la loro storia e le loro tradizioni alimentari: c’è ad esempio Alborina Silano, 100 anni, che da ragazzina aiutava la madre e le sorelle a preparare le pagnotte aggiungendo nell’impasto delle patate per renderlo morbido per diversi giorni; o Antonio Scarpa, classe 1926, che continua ancora oggi a mangiare come in passato, coltivando l’orto e allevando i suoi animali.

testimonial Mediterranean Diet Virtual Museum

Il museo metterà in mostra preziose testimonianze, frutto di attente ricerche etnografiche, di produttori, chef, artigiani, scienziati, contadini, artisti, pescatori e testimonial d’eccezione, allo scopo di contribuire in maniera rilevante alla promozione del territorio campano, alla valorizzazione culturale delle sue tradizioni, vocazioni e produzioni, nonché al plusvalore simbolico delle filiere enogastronomiche di qualità campane sul mercato globale. I contenuti saranno disponibili in open source e raggiungibili anche tramite QRCode.

 

A Benevento nasce la pasta aromatizzata allo Strega

A Benevento nasce la pasta aromatizzata allo Strega

“Unguento, unguento
Portami al Noce di Benevento
Supra acqua et supra vento
Et supre ad omne malo tempo”

Secondo la leggenda questa è la formula magica che le Streghe di Benevento nel XIII secolo recitavano prima di intraprendere una danza sfrenata sotto il grande albero di Noce, sulle rive del fiume Sabato.
Ispirandosi alla leggenda del loro territorio, i Pastai Sanniti hanno ideato la pasta artigianale aromatizzata al liquore Strega.
Gli artigiani dell’Antico Pastificio Sannita, che si dedicano alla produzione dal 1928 promettono “una piacevole scoperta per il palato ed una elevata digeribilità grazie alla  combinazione degli aromi naturali contenuti nel Liquore Strega con i metodi produttivi impiegati”. La “Pasta Stregata” è infatti prodotta con semole di alta qualità Italiana, l’utilizzo di trafile in Bronzo, lenta lavorazione ed essiccazione a basse temperature.

Il liquore Strega
Lo Strega nasce nel 1860 a Benevento grazie all’imprenditore Giuseppe Alberti, abile e lungimirante imprenditore.
È tra i più famosi liquori italiani, realizzato con circa 70 erbe e spezie, caratterizzate da particolari proprietà aromatiche importate da tutto il mondo, tra cui la cannella di Ceylon, l’Iride Fiorentino, il ginepro dell’Appennino italiano e la menta del Sannio, che cresce spontaneamente lungo i fiumi del territorio. Il suo caratteristico colore giallo deriva dall’aggiunta dello zafferano al distillato di erbe aromatiche. Il liquore Strega, viene infine  stagionato per un lungo periodo in tini di rovere, prima di essere imbottigliato ed esportato in tutto il mondo.

Il primo sorso affascina, il secondo Strega!

Spazio Strega

 

Tradizioni pasquali in Irpinia: ‘a pizza ‘co l’erva

Tradizioni pasquali in Irpinia: ‘a pizza ‘co l’erva

pizza con l'erba

Consumata tradizionalmente il Venerdì Santo, ‘a pizza ‘co l’erva è un piatto tipico delle province di Avellino e Benevento che non può mancare sulla tavola pasquale. Si tratta di una pizza ripiena con un mix di verdure composto da cardilli, borragine, scarole e cerfogli. Ecco la ricetta:

INGREDIENTI
per la pasta:
1 kg di farina di grano tenero 00
500-600 ml di acqua
15 gr di lievito di birra fresco
50 gr di strutto
1 cucchiaino di sale

per il ripieno:

3 kg di erbette (scarole, cardilli e borragine)
3 mazzetti di cerfoglio
olio evo
10 acciughe sott’olio
50 gr di olive nere
50 gr di pinoli
50 gr di uva passa
1 pizzico di pepe
sale q.b.

Pulire e lessare separatamente e in abbondante acqua le verdure, che verranno poi scolate, lasciate raffreddare e tagliate grossolanamente.
Passare dunque alla preparazione della pasta. Fare sciogliere il lievito fresco in poca acqua tiepida. Aggiungere la farina, il sale, la sugna e l’acqua e lavorare tutto insieme fino a che l’impasto non diventa morbido e liscio. Lasciare lievitare in luogo tiepido per 3/4 ore o fino a che l’impasto non sia raddoppiato di volume.

Soffriggere in abbondante olio le acciughe, l’uva sultanina, i pinoli e le olive tagliate a pezzetti. Aggiungere le erbette tagliate. Stendere due dischi di pasta, ungere con la sugna una teglia per pizza circolare o una tortiera e adagiarvi un primo disco di pasta. Riempire con le verdure, quindi chiudere con l’altro disco, avendo cura di sigillare bene i bordi. Bucherellare con una forchetta la superficie e mettere in forno caldo. Far cuocere la pizza per circa 1 ora a circa 200°, a metà cottura abbassate a 160°. Servire la pizza fredda.

Il fagiolo di Volturara Irpina

Il fagiolo di Volturara Irpina

Fagioli volturara

Il fagiolo di Volturara irpina è prodotto nei fertili terreni dell’altopiano dell’avellinese e si distingue per il suo essere particolarmente tenero e farinoso. Presenta una buccia molto sottile e un caratteristico colore bianco cenere.
Di dimensioni piccole e irregolari, viene seminato nel mese di maggio per poi essere raccolto tra fine agosto e l’inizio di settembre. Una volta raccolti, i baccelli, che raggiungono le dimensioni di circa 15 cm e contengono approssimativamente dieci fagioli, vengono battuti con un bastone o con il “muillo”, uno strumento composto da un bastone lungo e robusto cui è collegato, tramite legacci resistenti, un bastone più corto.
Dopo la battitura si procede con un’accurata cernita eseguita con il tradizionale “chiurnicchio”, un setaccio rotondo che lascia cadere i residui pesanti. Il passaggio successivo consiste nel lanciare in aria i fagioli dal setaccio. In questo modo, attraverso l’azione del vento, si riesce ad eliminare anche i residui più leggeri. Infine, i fagioli vengono lasciati ad asciugarsi al sole per altri tre giorni.
Il fagiolo di Volturara, riconosciuto come presidio Slow food, può vantare inoltre una coltivazione totalmente manuale, senza l’utilizzo di fertilizzanti o diserbanti chimici.

Ma quali sono le ricette che mettono in risalto la morbidezza e il sapore intenso di questo legume irpino?

Fagioli volturara

Solitamente il fagiolo di Volturara è il protagonista di piatti tipici locali come la pasta e fagioli, la zuppa di fagioli con le freselle e la zuppa di fagioli e patate. Un altro piatto della tradizione abbina il fagiolo a un altro simbolo dell’Irpinia, le castagne: i fagioli vengono fatti cuocere insieme alle cotiche di maiale e le castagne secche in acqua, sale e alloro. I fagioli, vengono poi fatti soffriggere in aglio, olio e sugna, prima che vengano aggiunte le castagne. Il tutto vene servito caldo sul pane raffermo.

Il Nostro Più: il latte appena munto a km 0

Il Nostro Più: il latte appena munto a km 0

La Centrale del latte di Salerno raccoglie la sfida della sostenibilità

Combinare le proprietà nutritive del latte con l’amore per il territorio e per l’ambiente: è l’impegno che la Centrale del latte di Salerno si è assunta attraverso il lancio del prodotto Il Nostro Più, latte fresco pastorizzato intero “Alta Qualità”.

Il Nostro Più vanta una serie di plus che lo distinguono dal classico latte fresco. A partire dalla maggiore freschezza, che deriva dal fatto che è confezionato entro sole 12 ore dalla mungitura. Un automezzo dedicato preleva infatti il latte dalle stalle e lo consegna direttamente alla Centrale del latte, che in questo modo riesce a garantire un prodotto freschissimo, che preserva al meglio gli elevatissimi standard qualitativi, nutrizionali e organolettici.

Il Nostro Più nasce inoltre in fattorie di altopiano, situate nel Parco del Cilento e Vallo di Diano, a circa 500 metri di quota: l’aria pura e la natura incontaminata contribuiscono a conferirgli caratteristiche organolettiche superiori.
Gli allevamenti sono visitabili prenotandosi attraverso il sito della Centrale del latte: l’azienda ci tiene infatti ad offrire ai clienti l’opportunità di verificare l’origine del latte e le condizioni favorevoli in cui nasce.

Gli standard di freschezza e qualità risultanti dal contesto di altopiano in cui vengono allevate le mucche, dall’attiguità delle coltivazioni e dal breve lasso di tempo che intercorre fra mungitura e confezionamento rendono Il Nostro Più un latte più denso e gustoso della media e con un elevato tenore medio di grasso e proteine.
Il Nostro Più raccoglie anche la sfida della sostenibilità con un progetto condiviso con Legambiente Campania, grazie a un packaging che riduce al minimo le emissioni di CO2, facendo un favore all’ambiente e insieme alla salute dei cittadini. Infatti il prodotto viene confezionato in contenitori certificati “Carbon Neutral” ad emissione di anidride carbonica compensata, ovvero contenitori ecosostenibili prodotti tramite riduzione delle emissioni di CO2, combinate con l’utilizzo estensivo di energie rinnovabili.
Altro plus del prodotto è il sistema di tracciabilità che, attraverso il QR-code sulla confezione, permette di tracciare l’origine e i tempi di produzione del latte, all’insegna della totale trasparenza. Il Nostro Più rappresenta un’evoluzione dei concetti di qualità, sicurezza e sostenibilità che da sempre stanno a cuore alla Centrale del latte di Salerno, attraverso un prodotto che è un omaggio al territorio e un regalo all’ambiente.

Per informazioni contattare:
Uff. Marketing Centrale del Latte di Salerno S.p.A.

Tel. 089 685220 – Fax 089 685230
[email protected]

Il latte fa davvero bene alle ossa?

Il latte fa davvero bene alle ossa?

latte versato

L’oro bianco, così viene definito dagli esperti, il latte

Bevuto fresco è una bevanda molto gustosa, alla quale diverse persone devono rinunciare per problemi  d’intolleranza: dolori addominali, flatulenza.
E’ davvero un alimento indispensabile per le ossa? Gli esseri umani sono gli unici mammiferi che continuano a bere latte tutta la vita. Recenti studi condotti presso l‘Università di Harvard, hanno sfatato un luogo comune: il latte non fa bene alle ossa, anzi il rischio di fratture è maggiore. Questo perché il latte contiene una sostanza detta retinolo che indebolisce le ossa. Per mantenere le ossa in salute, è necessario svolgere regolare attività fisica a qualsiasi età e mangiare verdure, soprattutto crude, variandole secondo la stagione.

Il latte che giunge nelle nostre case è quello che compriamo ai supermercati, che proviene da allevamenti intensivi di bovini da latte, alimentati da mangimi di mais. Questi mangimi possono essere contaminati da una tossina: aflatossina 1. La diffusione della tossina è favorita dall’aumento della temperatura ambientale. Sono sufficienti quantità minime, corrispondenti a 0,5 gr, cioè pari ad un chicco di mais per contaminare tonnellate di mangime, che dovrà essere necessariamente buttato. La domanda che sorge spontanea è la seguente: vengono realmente buttati i mangimi contaminati? Un altro inconveniente del latte di comune utilizzo in Italia è il colesterolo.
Le mucche da pascolo, che sono purtroppo una rarità alpina, determinano quello che viene definito il paradosso alpino, cioè producono un latte ricco di acidi grassi protettivi per il cuore, che sono grassi insaturi,con grandi quantità di acido linoleico ed omega 3, che manca nel latte dei bestiami intensivi. Il latte delle mucche da pascolo, inoltre, è più digeribile, grazie alla presenza della beta caseina A2. Tutto ciò spiega il progressivo aumento delle intolleranze al lattosio.

Allora perché non selezionare geneticamente bestiami favorevoli alla nostra salute, come già si fa nei Paesi del Nord Europa?
Nel Sud Italia, Provincia di Caserta dal latte vengono prodotti delle specialità casearie uniche: la perla bianca la mozzarella. Il consumo di formaggi, nonostante le indicazioni alla limitazione è abbastanza elevato, quindi avere un latte con queste caratteristiche rappresenterebbe una valida prevenzione per le malattie cardiovascolari.

Dr.ssa Anna Foglia MMG

Il Pane dei monaci di Padula

Il Pane dei monaci di Padula

pane padula

L’antica Certosa di Padula, nel Vallo di Diano (Salerno), è Patrimonio dell’Umanità dal 2008. I lavori di costruzione iniziarono nel 1306 per volontà di Tommaso Sanseverino, conte di Marsico e signore dei Vallo di Diano, e proseguirono, con ampliamenti e ristrutturazioni, fino al XIX secolo. Oltre questo magnifico monumento storico, Padula è anche territorio d’elezione di un pane casereccio dalla lunga conservabilità ottenuto dall’impasto di farina di grano tenero e duro, sale, lievito naturale e di birra sciolti in acqua molto calda.

La Campania, già celebrata dai latini per la sua fertilità, è terra di pane e di companatico eccellente. Sulla parte superiore, prima della cottura vengono effettuati quattro tagli, retaggio storico del “panisquadratus” romano, visibile in alcuni mosaici pompeiani. I monaci della Certosa di San Lorenzo amavano consumare questo pane già nel XVII secolo e che proprio loro contribuirono a diffonderne la ricetta ancora oggi scrupolosamente seguita come allora.

L’originale pagnotta è prodotta dai membri dell’Associazione Città del Pane che raccoglie 44 comuni italiani di 15 regioni, interessati alla valorizzazione dei pani tipici legati al loro territorio e alla tutela della qualità del pane.

Il Pane di Padula è una pagnotta di circa due chili, di forma rotonda fatta con una miscela di farina di grano tenero e duro, con lievito naturale che, prima della cottura viene segnato con tagli trasversali in modo da disegnare sulla crosta una sorta di quadrettatura. Il pane può essere di farina di grano duro, di grano tenero oppure integrale o ancora misto, ma la costante, che garantisce una qualità mediamente alta del pane è la lievitazione naturale, accompagnata dalla cottura in forni a legna.

La lavorazione tradizionale

Prevede che le due farine vengano impastate con lievito precedentemente sciolto in acqua tiepida e che la massa venga lasciata lievitare per 3-4 ore in estate e a 4-5 ore durante l’inverno. Dopo la lievitazione si lavorano i pezzi fino ad ottenere le pagnotte rotonde di un paio di kg che vengono segnate a strisce perpendicolari fra loro e quindi cotte in forno a legna. Per tradizione la pagnotta casereccia viene cotta con le fascine e rigorosamente nel forno a legna.

La procedura è molto laboriosa

Si comincia all’alba a riscaldare il forno con le fascine esclusivamente di alberi locali. Dopo un’ora la temperatura è al punto giusto e si comincia con l’infornata. Ogni infornata è praticamente un processo a sé stante, alla fine del quale il forno deve essere interamente ripulito. La lavorazione è tutta artigianale: vengono infornati pochi pezzi alla volta per una cottura che dura non meno di due ore. Si conserva a lungo ed è ottimo con un filo d’olio. Si può mantenere anche per quindici giorni.

Primo ed unico Salame Bar in Campania

Primo ed unico Salame Bar in Campania

maialumeria

Formula originale per degustare salumi di qualità in abbinamento a grandi etichette di vini, champagne e birre artigianali.

L’idea è di Simone Schettino, terza generazione di una famiglia che dal 1905 si occupa di produzione e commercio di salumi di alta gamma. A Mugnano del Cardinale, tra la provincia di Napoli e quella di Avellino, terra del celebre e omonimo salame, il Salame Bar è uno spazio all’interno di Maialumeria il concept-risto-store che Schettino ha creato per raccontare e far degustare prosciutti, coppe, culatelli ed altri salumi provenienti dai migliori allevatori e produttori nazionali ed esteri.

È un luogo di incontro e degustazione, il lungo tavolo con comodi sgabelli, l’enoteca a vista e il bancone bar sono il luogo ideale per chi vuole mettere al centro dell’esperienza i salumi proposti in varie declinazioni: crudi, cotti, stagionati, affumicati e speziati da degustare al banco come aperitivo in abbinamento ad una birra artigianale, un buon calice di vino o champagne. Tanti i prodotti di punta tra cui scegliere, affettati finemente o tagliati a punta di coltello, serviti su eleganti taglieri di legno: dalla mortadella di Bologna IGP al culatello di Zibello Dop, dal salame Napoli al prosciutto crudo Tanara di Parma 24 mesi, dal San Daniele Dop alla pancetta arrotolata o steccata, dal prosciutto di Parma Pio Tosini tre ghiande alla spalla Cruda di Sissa.

Salumi che accontentano ogni palato, da magiare in punta di dita, accompagnati da fragrati grissini realizzati in casa o da pane locale per esaltarne il profumo e la delicatezza.

Quarta edizione del Premio Nazionale Pabulum

Quarta edizione del Premio Nazionale Pabulum

dieta mediterranea

Ideatrici dell’iniziativa sono la Biologa Nutrizionista Katya Tarantino, presidente dell’Associazione Pabulum, Graziella Di Grezia, Medico Radiologo e la biologa Giulia Corrado. La Direzione Artistica del Premio è affidata al giovane talento Davide Cuorvo. Quest’anno il prestigioso ruolo di Presidente Onorario di Giuria è stato assegnato ad Antonio Limone, Direttore Generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno.

LA DIETA MEDITERRANEA. «La Dieta Mediterranea – afferma la biologa nutrizionista Katya Tarantino – è caratterizzata da un modello nutrizionale rimasto costante nel tempo e nello spazio, costituito principalmente da olio di oliva, cereali, frutta fresca o secca e verdure, una moderata quantità di pesce, latticini e carne, e molti condimenti e spezie, il tutto accompagnato da vino o infusi, sempre in rispetto delle tradizioni di ogni comunità. Tuttavia, la Dieta Mediterranea è molto più che un semplice alimento. Essa promuove l’interazione sociale, poiché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali e delle festività condivise da una data comunità e ha dato luogo a un notevole corpus di conoscenze, canzoni, massime, racconti e leggende».

L’iniziativa ha ricevuto il Patrocinio morale da parte del Consiglio Regionale della Campania, Museo Vivente della Dieta Mediterranea, UNPLI Campania, Distretti turistici Regione Campania, Ordine dei Tecnologi Alimentari Campania Lazio ed ha come partner Città del Gusto di Napoli/Gambero Rosso, Unione Regionale
Cuochi Campania, PMI International, Delta 3 Edizioni, UNCI Agroalimentare, AGROCEPI, Associazione Terre del Sud, Associazione Crescere in rosa, Associazione Salerno Attiva Activa Civitas, Associazione Logopea, Associazione Farma e Benessere, Associazione della Terza Età/Università Irpina del Tempo Libero di Avellino. Il concorso è gratuito e aperto a tutti.

Clicca qui per scaricare il Bando

È nato”Eat Well”

È nato”Eat Well”

alimentazione arancia bambina big

Il progetto è interamente dedicato alla sensibilizzazione di bambini e ragazzi, sulle tematiche della prevenzione, della salute e sul miglioramento dello stile di vita.
Il nostro sistema sanitario deve affrontare le problematiche emergenti in alcuni settori. Uno di questi indica, in fasce sempre più giovani di popolazione un crescente disagio legato all’alimentazione, sia per quanto riguarda l’obesità, sia per quanto riguarda patologie del comportamento alimentari quali l’anoressia e la bulimia.
É necessario promuovere programmi diretti a migliorare le conoscenze e le capacità comportamentali della comunità giovanile.
Una delle strategie è quella di attuare un processo ben articolato di interventi che consenta ai giovani di aumentare le proprie conoscenze per acquisire una coscienza per la tutela della salute.

“Per un piano di promozione della salute – afferma la Dott.ssa Katya Tarantino, biologa nutrizionista e Presidente dell’associazione – la creazione e lo sviluppo di uno Sportello di ascolto per l’Educazione Alimentare nella sede della nostra associazione, rivolta ai ragazzi e ai loro genitori, a nostro avviso può rispondere adeguatamente a contenere o modificare abitudini alimentari dannose e stili di vita considerati a rischio.”
Lo sportello è destinato a bambini e ragazzi della scuola primaria e secondaria di I grado, accompagnati dai loro genitori. Un biologo nutrizionista sarà presente, un pomeriggio a settimana, presso la sede dell’associazione per circa 2 ore. Le famiglie interessate potranno rivolgersi direttamente all’operatore per avere risposte ai loro dubbi su tematiche nutrizionali. Non è prevista l’elaborazione di una terapia alimentare personalizzata. La prenotazione è obbligatoria.

Locandina eat well

Locandina

È irpino il miglior panettone tradizionale d’Italia

È irpino il miglior panettone tradizionale d’Italia

panettone artigianale

Romano è il vincitore per la categoria “miglior panettone tradizionale”, superando anche Pietro Bertoli della Pasticceria Bertoli di Varallo (VC), che ha presentato un panettone a base di pesche candite, cioccolato fondente e amaretti, vincitore come “miglior panettone creativo”.
La finale si è tenuta a Milano presso Sweety, importante manifestazione nazionale dedicata alla pasticceria italiana. Sono state ammesse alla gara solo 25 tra le migliori interpretazioni artigianali del dolce, provenienti da tutto lo Stivale e scelte personalmente da Igino Massari, che le ha selezionate tra oltre 130 pasticceri partecipanti.
Il panettone firmato Raffaele Romano ha conquistato il plauso di: Galileo Reposo, Pastry Chef della celebre gastronomia milanese Peck, Salvatore De Riso, famosissimo pasticcere della costiera amalfitana, della food blogger Chiara Maci e da Giancarlo Maistrello, vincitore della scorsa edizione. Ha ottenuto il miglior punteggio per tutti i criteri: aspetto, colore, cottura, alveolatura, qualità degli ingredienti e gusto.

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I 25 panettoni arrivati in finale verranno esposti al TemporaryStore, sito in Corso Garibaldi 42 a Milano dal 4 ottobre per un mese.

Tutti i panettoni artigianali esposti saranno in vendita al prezzo di 10 euro per la confezione da 500 grammi.

Ricetta autunnale irpinia: zuppa di castagne e fagioli

Ricetta autunnale irpinia: zuppa di castagne e fagioli

zuppa di castagne e fagioli

In Irpinia, la castagna e la nocciola sono i prodotti simbolo, tipici del territorio, e da secoli, oltre a sostenere l’economia, sono diventati anche alimenti base.
In passato proprio la castagna era considerato l’alimento dei poveri. In autunno era un prodotto immancabile in ogni casa: grazie ai suoi valori nutrizionali completi era considerata la sostituta della carne, che non tutti potevano permettersi e, con i frutti che non si riuscivano a vendere, si faceva la farina e quindi il pane o la pasta. In questo periodo di sagre della Castagna in provincia di Avellino, uno dei piatti principe a base di questo frutto è la zuppa di castagne e fagioli.
Oltre ad essere una portata saporita e nutriente è il piatto giusto per scaldare i giorni freddi che in Irpinia cominciano già fin dall’autunno.

È una ricetta salata di facile preparazione

Primo ingrediente base, la castagna, le migliori sono la Castagna Igp di Montella, la castagna di Serino e il Marrone di Santa Cristina.
La ricetta originale, per 8 persone:
500 gr di castagna
300 gr di fagioli
1 spicchio d’aglio
1/2 decilitro di olio d’oliva
1 ciuffetto di prezzemolo
Rosmarino (a piacere)
sale q.b.

Lessare le castagne e togliere l’eventuale pellicina. In una pentola con acqua si possono mettere a cuocere i fagioli (magari tenuti a bagno la notte precedente), unire l’olio, l’aglio, il prezzemolo, rosmarino ed aggiustare di sale secondo il proprio gusto. A metà cottura versare le castagne e se necessario altra acqua calda. Portare il tutto a cottura completa e servire in tavola ancora caldo. Negli anni, la zuppa ha subito variazioni secondo gusti soggettivi, così esistono anche le versioni arricchite con funghi secchi o guanciale, per i più golosi pure entrambe e degna di nota è anche la pietanza presentata con dei crostoni di pane casereccio.

Il nuovo gelato gourmet: Pummarol’ ro Piennol

Il nuovo gelato gourmet: Pummarol’ ro Piennol

tutto gelato

Un’altra novità gastronomica nel panorama campano: la storica gelateria “Tutto Gelato”, lancia una linea di gelato gourmet molto particolare il gelato “Pummarol’ ro Piennol”.

Il pomodorino del Piennolo è uno dei prodotti tipici più antichi della zona vesuviana, il caratteristico nome deriva dalla sua forma: quella di un piccolo pendolo i cui pomodorini vengono conservati in grappoli secondo una antica tradizione agricola. Il gelato viene realizzato con pomodorini, basilico e acqua. Il titolare, Alfredo Raiola, punta su tradizione ed eccellenze del territorio campano, rivisitandole in maniera del tutto nuova e fantasiosa.

La storia trentennale della famiglia Raiola fatta di amore e passione nella ricerca di gusti originali ma sempre all’insegna della tradizione, oltre a “Pummarol ro Piennol” propone altri gusti che portano avanti le eccellenze del territorio. Da provare il gelato alla “Melannurca rossa campana I.g.p”.

E’ possibile saggiare anche altri gusti di regioni diverse, come il gelato Gorgonzola D.o.p. e pere con noci e fichi caramellati per gli amanti di gusti più montani per esempio, quello alla Mandorla bianca con mandarino tardivo di Ciaculli, località palermitana, e ciliegina sulla torta il gelato al Parmigiano Reggiano D.o.p. stagionato 18 mesi con miele di eucalipto e aceto balsamico di Modena.

Tutto Gelato
Via Pittore, 188 – San Giorgio a Cremano
Per info o consegne 0815748637 / 3454460480

Il cece di Cicerale vive ancora. La storia di Giovanna Voria

Il cece di Cicerale vive ancora. La storia di Giovanna Voria

Cecicorbella

Giovanna Voria nasce figlia di contadini. E chi appartiene alla terra prima o poi ne sente il richiamo…
Infatti, sposata giovanissima, avvia con il marito un’attività di marmi, ma dopo 25 anni in cui ormai gestiva sia l’ufficio che il laboratorio, quella vita inizia a starle stretta: si sente come l’ingranaggio di una macchina e prendersi cura dell’uliveto, del vigneto e degli animali di famiglia nel fine-settimana, non le basta più. La terra chiama, lei risponde.
Molla tutto e nel 2001 avvia quello che diventerà l’Agriturismo Corbella, in una zona “fuori dal mondo”: all’epoca non c’è acqua, né luce, niente telefono e nessuna strada per raggiungerlo se non un pezzo di sterrata. Per dare inizio alle attività Giovanna si arrangia con un gruppo di continuità, l’energia elettrica arriva un anno dopo.

Non è facile, per lei. In un posto così precario in termini di servizi, è facile sentirsi abbandonata. Ma le tornano in mente le donne di famiglia, con i loro preziosi insegnamenti contadini e la grande forza di volontà. Nonna Giovanna, nonna Antonia e mamma Angelina le sono di ispirazione e a Giovanna viene l’idea: recuperare il cece di Cicerale, un legume talmente tipico che dà il nome al paese, sul cui stemma comunale compare una pianta di ceci con la scritta “Terra Quae Ciceralit” (terra che nutre i ceci). Un prodotto che, con la forte emigrazione post-bellica, era sparito completamente.

Dopo neanche un mese di attività è la BBC, la famosa emittente televisiva britannica, che va ad intervistare Giovanna facendole capire che tra le mani ha un tesoro, e le consiglia si scrivere un libro (“Cucinare con i ceci”). Inizia così un periodo ricco di sfide che altro non fanno che rafforzare l’orgoglio di appartenere alla terra cilentana. Nel suo agriturismo inizia a proporre piatti a base di legumi, cereali, ortive, erbe spontanee, aromi mediterranei, fico bianco del Cilento: tutti prodotti della sua zona.
Chi la deride per questo suo “ritorno al passato” deve ricredersi presto: grazie agli studi di Ancel Keys e Jeremiah Stamler, che ne provano i benefici sul sistema cardiovascolare, la Dieta Mediterranea diventa nel 2010 Patrimonio Immateriale dell’Unesco e lei che – seguendo le orme delle tradizioni della sua famiglia – se n’è fatta promotrice, capisce di aver intrapreso la strada giusta.

Nel 2012, dopo tante lotte, il cece di Cicerale diventa Presidio Slow Food e per Giovanna iniziano le soddisfazioni, soprattutto al di fuori dei confini regionali e nazionali, fino a volare anche oltreoceano. Nel 2017 il Museo della Dieta Mediterranea la nomina “Ambasciatrice della Dieta Mediterranea nel Mondo”, nello stesso anno arrivano il Premio Cicas e il premio Fidapa e ambasciatrice del Cilento, mentre l’anno dopo la Voria è Ambasciatrice del Carciofo Bianco di Auletta. Oggi Giovanna si occupa con passione del suo agriturismo ma organizza eventi e laboratori per grandi e piccoli in cui racconta la Dieta Mediterranea e cucina deliziosi manicaretti a base di prodotti locali.

«Io mi reputo una chef contadina – dice senza trattenere l’emozione di chi sa quanta fatica è costata arrivare fino a qui – Ho bisogno della terra, della stagionalità a km zero e delle eccellenze dei luoghi. Cucino ciò che trovo nel mio orto, per questo non ho un menu fisso alla carta nel mio agriturismo. Dopo il cece di Cicerale, ho recuperato il cece nero di Corbella, il cece rosso e l’antico fagiolino di maggese. Abbiamo però bisogno di giovani che si innamorino dei prodotti del loro territorio e possano portare avanti ciò che stiamo facendo. Io, personalmente, per la mia terra ho rifiutato offerte all’estero molto interessanti, perché credo che se tutti scappiamo via cosa rimarrà della nostra storia, dei nostri avi e delle lotte che hanno fatto? Io lo dico sempre: sò nata a lo Ciliento e me ne vanto».

giovannavoria

 

 

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